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Categoria: « Fabrizio Lorusso | Gennaro Carotenuto
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Venticinque autorevoli parlamentari statunitensi, in maggioranza del Partito repubblicano di quel paese, ma anche del Partito democratico, hanno chiesto l'inserimento del Venezuela nella lista degli stati terroristi. Ogni coincidenza con il contenzioso con la Exxon-Mobil, del quale abbiamo dato conto qui, non è casuale. Ma c'è anche altro.

di Gennaro Carotenuto

Dall'11 settembre 2001 in avanti, una delle pratiche sinistre della "guerra al terrorismo" è stata quella della lista nera delle organizzazioni e paesi considerati terroristi dal governo Bush. La lista, lungi dal raggiungere successi contro alcuno dei soggetti inclusi, ma producendo guasti come la spaccatura in due e la ghettizzazione della Autorità nazionale palestinese, si è rivelata essere un del tutto arbitrario elenco dei nemici personali di George Bush, dell'ideologia neoconservatrice e delle lobby che la supportano. Lo testimonia l'inserimento nella lista nera dei terroristi dei movimenti indigeni latinoamericani che da solo squalifica l'intera pretesa di classificare il mondo tra buoni e cattivi. E' evidente che il terrorismo esista e vada combattuto, ma l'arbitrarietà con la quale il governo degli Stati Uniti stabilisce chi è e chi non è "terrorista", fa a cazzotti con un secolo di diritto internazionale, soprattutto quando vi include soggetti che, lungi dal prendere le armi in maniera legittima o illegittima, vuole criminalizzare chiunque non si identifica con il pensiero unico. Il problema di cosa sia terrorista è tutto meno che banale. Il diritto internazionale cristallinamente garantisce il diritto all' insorgenza contro forze nemiche occupanti, quindi in Iraq, Afghanistan, Cecenia o a Gaza e in Cisgiordania. Oppure stabilisce che, ove si ravvengano determinate condizioni, come il controllo di territorio (è il caso delle FARC colombiane), deve essere riconosciuta la belligeranza di chi quel territorio controlla. Allo stesso modo però esiste una sottile linea per la quale è difficile non considerare pratiche terroristiche azioni come l'uso di autobombe o kamikaze contro civili, o il sequestro di persona. Bush di tutto ciò mussolinianamente "se ne frega". E quindi per esempio include nella sua lista i movimenti indigeni e contadini dell'America latina. E' evidente che movimenti indigeni come quello boliviano, che hanno rovesciato governi come quello di un fervente amico di George Bush come Gonzalo Sánchez de Losada (oggi rifugiato a Miami ma incriminato in patria per genocidio) sulla strampalata pretesa che l'acqua non è una merce ma un bene comune, terrorizzino il mondo delle multinazionali. Ma non è detto che tutto quello che terrorizza le multinazionali sia terrorismo. Adesso, con la richiesta dell'inserimento del Venezuela nella lista degli stati terroristi, si fa un passo avanti, direttamente collegato ai due più grossi contenziosi aperti tra governi integrazionisti latinoamericani e sistema statunitense: l'energia e la Colombia. Non sorprende allora il sillogismo dato a motivazione del considerare il governo venezuelano come terrorista: "se noi consideriamo le FARC colombiane come organizzazione terrorista e Chávez invece chiede di considerare le FARC come belligeranti, allora anche Chávez è terrorista". Che è come dire che il diritto internazionale e perfino la convenzione di Ginevra vadano considerati terroristi! Ed è come dire che anche la politica, quando non coincide con l'oggettivazione della volontà degli Stati Uniti d'America, sia terrorista. Giova ricordare che Hugo Chávez, pur condannando duramente la pratica del sequestro, ha chiesto il riconoscimento delle FARC sulla base di quanto specificano le convenzioni internazionali in merito, e nella valutazione politica che il riconoscimento della belligeranza delle FARC e dell'esistenza di un conflitto interno può favorire la prospettiva di un processo di pace.  Processo di pace perseguito da Chávez in prima persona insieme a tutti i governi integrazionisti della regione, tra i quali spiccano il Brasile di Lula e l'Argentina di Cristina Fernández. Processo di pace al quale invece sono rigidamente contrari il regime colombiano di Álvaro Uribe, il governo spagnolo e ovviamente quello statunitense, sulla base del presupposto che l'unica soluzione al conflitto sia l'escalation militare. Come la pensino i familiari dei sequestrati in Colombia è noto, ma solo agli addetti ai lavori. In questi giorni è in Italia Yolanda Pulecio de Betancourt, madre di Ingrid Betancourt, che sostiene il processo di pace, lo scambio umanitario e considera indispensabile il ruolo di Hugo Chávez. Ma è da escludere che la signora Pulecio abbia l'opportunità di dirlo ed essere intervistata dal TG1 di Gianni Riotta. La provocazione dell'inserimento del Venezuela nella lista dei paesi terroristi è grave e pretestuosa ma prospererà. Evidenzia che gli Stati Uniti vogliono un'ulteriore escalation contro i governi integrazionisti latinoamericani e nuovi attacchi alla sovranità venezuelana, come testimonia il caso Exxon. L'inserimento nella lista nera comporterebbe l'unilateralità di gravi sanzioni contro il Venezuela, il congelamento dei beni e degli interessi venezuelani negli Stati Uniti, e la "proibizione" a un centinaio di paesi satelliti degli Stati Uniti di mantenere relazioni economiche con Caracas. La risposta di Hugo Chávez è stata fulminante quanto scomoda. Parlando ad una delegazione di scienziati argentini ha ricordato le guerre, i crimini, il terrorismo di stato e le violazioni dei diritti umani di George Bush e ha consigliato al presidente statunitense di inserire il governo degli Stati Uniti al primo posto della sua lista degli stati canaglia. C'è da giurarci che, per la grande stampa, il provocatore sia sempre e solo il negraccio dell'Orinoco.

Fonte: gennarocarotenuto

Foto: Lula e Fidel Castro.

I media mainstream in questi giorni ci hanno offerto una straordinaria (quanto inosservata) dimostrazione di come funzionino e di come manovrino per influenzare l'opinione pubblica mondiale.

di Gennaro Carotenuto

Il caso è che hanno fatto finta di non accorgersi o quasi che il presidente brasiliano Lula sia andato a Cuba. Ha firmato importantissimi accordi commerciali ed energetici e Petrobras opererà nelle acque territoriali cubane. Lula ha manifestato la grande amicizia del Brasile verso la sanguinaria dittatura cubana, i rapporti del Brasile verso la quale sono per sua stessa definizione i migliori della storia. Non solo. Il presidente Lula da Silva si è incontrato con il diavolo barbuto Fidel Castro, l'ha abbracciato e baciato con calore, si sono intrattenuti da vecchi amici quali sono per quasi tre ore, e ha dato al mondo ghiotte notizie di prima mano sulla sua salute. Lo ha definito "incredibilmente lucido come nei momenti migliori, e in uno stato di salute impeccabile" tanto che Fidel stesso ha dovuto smorzare le dichiarazioni entusiastiche di Lula. In pratica Lula ha fatto e detto a Cuba e con Fidel esattamente le stesse cose che fa e dice Hugo Chávez. Con una differenza.  Nonostante Lula e il Brasile siano molto più importanti di Chávez e del Venezuela, e la speranza dell'andata all'inferno di Fidel da parte dei benpensanti mondiali sia identica, la copertura della visita di Lula rispetto a quella di Chávez è stata di cento volte inferiore. A parità di cose che dicono o fanno Lula e Chávez, il trattamento dei media è opposto. Quando Chávez va lodato (come per gli ostaggi delle FARC) si glissa. Quando entrambi vanno a Cuba (ammesso e ovviamente non concesso che sia una colpa) Chávez va esecrato e ridicolizzato e su Lula si glissa. Ciò è dovuto ad alcuni motivi giornalistici, ma in particolare ad un indirizzo politico preciso preso dai media sull'America latina a partire dal 2005: quella del divide et impera della "dottrina Shannon". Thomas Shannon è il sottosegretario agli esteri per l'America latina del governo Bush. Sostituì quell'esaltato di Otto Reich, mafioso cubano-americano, veterano di tutte le guerre sporche e organizzatore del colpo di stato a Caracas dell'11 aprile 2002, ma soprattutto, da uomo di Donald Rumsfeld, teorizzatore dell' "asse del male latinoamericano da colpire". Come testimoniò il golpe a Caracas, la pretesa del fondamentalismo protestante dei neoconservatori di scatenare l'apocalisse sul continente ribelle fallì miseramente e nel 2005 a Reich subentrò Thomas Shannon, diplomatico di carriera, tutt'altra classe e finezza. E questi fece degli aggiustamenti importanti, teorizzando che non tutta l'America latina era asse del male, ma solo la metà. Questa non era una mera (e opportuna) analisi politica, era una chiave di lettura per gli avvenimenti a venire. Dettò così la linea ad alcuni media amici sapendo che gli altri si sarebbero immediatamente adeguati: qualunque cosa dicano o facciano in America latina, da oggi ci sono "governi di sinistra responsabili" e "governi di sinistra irresponsabili". Infatti la stampa mondiale si adeguò come un sol uomo: Evo Morales è sempre cattivo, Michelle Bachelet sempre buona; Nestor Kirchner (ora Cristina Fernández) cattivo/a, Alan García buono; Lula buono, Chávez cattivo. Ciò qualunque cosa dicano o facciano, in una logica amico-nemico che con l'informazione e il giornalismo e perfino con intelligenza ed onestà non ha nulla a che fare. E allora eccoli lì, così scoperti nella loro malafede da fare tenerezza. Se Chávez il petroliere e Lula l'agrocombustibile, discutono, da El País all'Economist alla Repubblica giù paginate sullo "scontro". Se Lula va a Caracas a far campagna per Lula, silenzio assoluto. Se insieme fondano il Banco del Sur, sminuire. Se Chávez va a trovare Fidel, indignazione, irrisione, ma anche curiosità sulle condizioni di questo, ma se ci va Lula invece silenzio, perdonare. Non sia mai che qualcuno pensi che Lula e Chávez non sono così distanti e che Cuba non sia così isolata come da mezzo secolo la dipingono.

Lo chiamavano Minculpop.

Fonte: Gennaro Carotenuto

Foto: Alvaro Uribe.

Deve essere costato veramente molto ad Álvaro Uribe ammettere che "si è potuta ottenere la liberazione delle due compatriote grazie al lavoro svolto, che ringraziamo infinitamente, del presidente Hugo Chávez".

di Gennaro Carotenuto

E' questo il fatto politico sostanziale di una delle più belle giornate nella storia dell'integrazione latinoamericana e che ha portato alla liberazione da parte delle FARC di Clara Rojas e di Consuelo González de Perdomo. E' successo, o meglio è iniziato a succedere, quello che le parti in campo in Colombia non avevano mai voluto che succedesse: che un concerto regionale potesse mettere mano all'inestricabile conflitto interno colombiano e cercare una soluzione regionale. E' quello che da Washington, a partire dal Plan Colombia, avevano sempre escluso che dovesse accadere ed oggi comincia ad accadere. L'America (l'America latina) agli americani (latinoamericani). Uribe, di nuovo a denti stretti, a dovuto permettere ed ammettere che la forza dell'integrazione latinoamericana è più forte, le FARC hanno fatto l'unica cosa che potessero fare per recuperare credito dopo il fallimento dell' "operazione Emmanuel". Felicemente le FARC hanno preso l'ultimo treno che veniva loro offerto e possono avere un ruolo positivo nel futuro del paese. Se torneranno a capire che la guerriglia può avere valore solo come mezzo politico e mai essere fine a se stessa le FARC potranno avere nella pacificazione della Colombia č un ruolo che non potranno mai avere né paramilitari né narcos che in una Colombia in pace non hanno alcun futuro. Se la liberazione fosse avvenuta 10 giorni fa, con la partecipazione di otto governi (sei latinoamericani più Francia e Svizzera) quel giorno sarebbe stato evidente che anche la selva colombiana è parte della Patria grande latinoamericana, che non è proprietà esclusiva dei signori della guerra, dei paramilitari, del governo che li alimenta e da questi si alimenta. Come ha detto Hugo Chávez: "il Venezuela non è nulla senza la Colombia e la Colombia non č nulla senza il Venezuela". Parole irrise spesso da molti, soprattutto dalla stampa euroccidentale, parole che ieri si sono rivelate in tutta la loro consistenza. Senza integrazione l'America, la Patria grande, non esiste e continua ad essere periferia colonizzata e colonizzabile. Quel giorno avrebbero partecipato fisicamente alla risoluzione del conflitto i popoli del Brasile, dell'Ecuador e degli altri paesi della regione e sarebbe stato un trionfo ancora più grande che Uribe e chi lo manovra ha voluto impedire. Ma questo giorno si è dimostrato che l'America latina può decidersi, agire e risolvere (o iniziare a risolvere) i propri conflitti e problemi. Che piaccia o no, e a molti in Occidente non piace, lo ha fatto per la straordinaria tenacia di Hugo Chávez. Dev'essere costato veramente molto ad Uribe riconoscere e ringraziare il governo cubano e il presidente Fidel Castro, altra silenziosa potenza pacifica e pacifista, per il ruolo svolto in tutti questi anni in Colombia, come deve essere costato moltissimo riconoscere al governo statunitense la statura di leader internazionale raggiunta da Hugo Chávez. Questo ha raggiunto questa statura sulla base di pochi ma inviolabili principi che governano dall'inizio la politica estera bolivariana: multilateralismo, integrazionismo, giustizia sociale. Ci sarà tempo per tornare a regredire in Colombia, e già la cortina dei media mainstream sta mistificando e tergiversando su questi punti, ma oggi è sotto gli occhi di tutti che la politica integrazionista non è una fantasia: è il motore del futuro.

Fonte: Gennaro Carotenuto

Gen 0811

Caracas: La tenacia della pace

Pubblicato da Enrico Straffi alle 21:16 in Colombia, Gennaro Carotenuto, Venezuela, angolo dell'esperto


Foto: Clara Rojas appena liberata ( foto scelta da Enrico Straffi).

Dopo due mesi di altalena, di tira e molla da parte del presidente colombiano Álvaro Uribe e di incertezze da parte delle FARC, il colpo di scena del bambino Emmanuel apparso a Bogotà che aveva fatto annullare l'operazione a lui intitolata, alla quale partecipavano i governi di ben otto paesi oltre alla Croce Rossa, finalmente le FARC hanno rilasciato due ostaggi. Si apre così come ha affermato il presidente venezuelano Hugo Chávez, che ha dato l'annuncio al mondo in diretta televisiva alle 17.05 ora italiana, una prospettiva per il processo di pace in Colombia. Le prime immagini di Clara Rojas e Consuelo González de Perdomo sono state filmate in esclusiva dall'operatore di Telesur, la televisione allnews per l'integrazione latinoamericana, che ha partecipato all'operazione di riscatto in Colombia. Le immagini sono emozionanti, si vedono i guerriglieri che poi sembrano sparire nel nulla, e le due donne, soprattutto Clara, raggianti e in buone condizioni. Da lì comincia la corsa, prima in elicottero fino in territorio venezuelano, dove non hanno voluto fermarsi all'ospedale da campo per loro attrezzato, e hanno voluto subito proseguire per Caracas con il Falcon predisposto dal governo venezuelano. Sono atterrate all'aeroporto di Maiquetía in totale circa quattro ore dopo. L'abbraccio tra Clara e l'anziana madre è stato interminabile, ma forse altrettanto importante è stato per loro portare lettere e altre prove di esistenza in vita degli altri ostaggi canjeables, scambiabili. Se è evidente che le implicazioni politiche della liberazione sono importantissime e che sarà difficile per il presidente colombiano Álvaro Uribe continuare a bloccare il concerto latinoamericano che a partire da Caracas e da Chávez a prodotto questo risultato, forse la prima notizia buona che giunge dalla guerra dimenticata in Colombia da anni, le prime reazioni sono molto umane e private. Clara, la più stretta collaboratrice di Ingrid Betancourt e candidata alla vicepresidenza, racconta a Radio Caracol, di aver partorito il piccolo Emmanuel il 16 aprile 2004, aiutata da un'infermiera delle FARC. Durante il parto ha confermato che il bambino si è fratturato un braccio. Il piccolo è rimasto con la madre per otto mesi prima di esserne separata e non saperne più nulla. Da allora ne ha sempre chiesto notizie, senza che nessuno le rispondesse. Anche di Ingrid Betancourt la Rojas non sa più nulla da circa tre anni e si dice molto preoccupata per lo stato di salute di questa. Gli ultimi venti giorni di prigionia sarebbero stati tra i più duri, con continui spostamenti e combattimenti non lontani tra guerriglia ed esercito regolare. Mamma Rojas, che si chiama Clara come la figlia, tradizione in voga nelle famiglie latinoamericane di classe alta, ha ringraziato il presidente venezuelano che ha ricevuto le congratulazioni di Lula e di Nicolas Sarkozy: "Grazie a Hugo Chávez, al governo venezuelano e alla sua squadra. E' solo per merito suo e della sua tenacia che la liberazione di mia figlia è stata possibile". Ancora due giorni fa infatti il governo colombiano aveva duramente escluso di concedere l'ingresso nel territorio nazionale a qualunque altro tipo di convoglio umanitario e la prima dichiarazione del governo colombiano sostiene solamente (e a denti stretti) che la liberazione conferma che le FARC non hanno bisogno di un territorio demilitarizzato per liberare ostaggi. Non la pensa così Maria Fernanda Perdomo figlia di Consuelo González, la deputata liberata dopo sette anni di prigionia, che proprio oggi ha conosciuto suo nipote: "i colombiani non possono lasciar soli i nostri familiari dimenticati nella selva".

Gennaro Carotenuto (11 gennaio 2008).

Fonte: Gennaro Carotenuto

 

Foto: Manifesto per la liberazione di Emanuel Rojas.

L'unica cosa sicura è che soprattutto la vita di Clara Rojas, la madre del piccolo Emmanuel, è in pericolo come mai prima d'ora. Metterla a tacere per sempre, tanto da parte delle FARC come da parte del governo di Álvaro Uribe, è senz'altro la soluzione più semplice. Cosa vuoi che sia un morto in più in un paese che si dissangua da mezzo secolo?

di Gennaro Carotenuto

Cerchiamo di ricapitolare sfrondando. Secondo quanto ammettono adesso le stesse FARC, in un comunicato per il quale non vi è altro aggettivo possibile che "farneticante", il bambino Emmanuel, figlio di Clara Rojas, la più stretta collaboratrice di Ingrid Betancourt, non era già più con la madre da circa due anni.  Dunque le FARC hanno fatto mobilitare i governi di otto paesi, Francia, Svizzera e i sei più importanti latinoamericani, la Croce Rossa internazionale, sulla base di un falso. Nella migliore delle ipotesi supponevano di poter recuperare il bambino, ma non ne sono stati in grado e non vale la pena di elencare le testimonianze in un senso e nel suo esatto contrario che si sono alternate in queste ore. Nella migliore delle ipotesi hanno giocato d'azzardo, esponendo ad una sconfitta tutti quelli che si spendono per una soluzione pacifica del conflitto colombiano. La giustificazione che il bambino sarebbe stato sequestrato da Uribe nel centro di accoglienza dove loro lo avevano fatto ricoverare due anni fa è francamente patetica. Le FARC dimostrano una volta di più di essere un'organizzazione che sopravvive a se stessa, pesantemente infiltrata come le BR al tempo di Moretti, racchiusi in una logica e perfino in un'estetica militarista oramai incapace di valutare il contesto politico nel quale combattono e che ha come conseguenza il mantenere la Colombia in uno stato di guerra permanenente che impedisce alla rigogliosa società civile colombiana di democratizzare il paese, in maniera uguale e contraria a quanto fanno i paracos che esprimono la presidenza Uribe. IL PARAMILITARE Le responsabilità evidenti delle FARC impallidiscono però di fronte a quelle di Uribe, che ha fatto di tutto per boicottare la liberazione dei tre. E' infatti confermato dallo stesso esercito colombiano, che nelle ore nelle quali si supponeva che i tre ostaggi fossero sul punto di essere liberati, e nelle quali il governo colombiano aveva dovuto di malavoglia accettare di permettere l'operazione di riscatto, questo ha deliberatamente e pesantemente attaccato la guerriglia. Fonti accreditate del ministero della difesa colombiano filtrano (e se ne vantano) che fossero al corrente dell'ubicazione del piccolo Emmanuel fin dal 30 novembre scorso. Se è vero, ed è probabilmente vero, questo significa che il Governo Uribe ha messo in piedi uno sporco piano per esporre ad un fallimento non tanto le FARC ma l'intera comunità internazionale, che si è mobilitata, partendo dall'odiato Chávez per finire a Nicolas Sarkozy, passando per il governo brasiliano e tutti gli altri paesi della regione, che sono e saranno parte in causa di ogni processo di pace possibile in Colombia. Questi, se solo avessero sospettato che il bambino protagonista dell' "Operazione Emmanuel" non fosse riscattabile, ma anzi già liberato, mai e poi mai sarebbero arrivati allo straordinario dispiegamento di altissimi rappresentanti diplomatici degli otto paesi giunti in Colombia, tra i quali l'ex-presidente argentino Nestor Kirchner, che si è espresso con termini furiosi contro Uribe. Il presidente colombiano ha mille volte mostrato sprezzo per la vita come quando ha pagato una banda di mercenari per assassinare gli 11 deputati ostaggi delle FARC per poterne incolpare questa organizzazione. Perciò la vita di Clara Rojas e anche quella di Ingrid Betancourt non è mai stata così a rischio come in queste ore. Che Uribe abbia mantenuto segreto per 35 giorni il fatto di conoscere identità e ubicazione del bambino dimostra l'ennesimo cinico, sinistro disegno dell'Asse Bogotà-Washington, interno al Plan Colombia, nel quale il semplice impedire sulla pelle degli ostaggi un successo diplomatico al presidente venezuelano Hugo Chávez sarebbe un ben meschino risultato rispetto al disegno principale: impedire qualunque processo di pace in Colombia. E anche se invece la notizia di Emmanuel fosse giunta a Uribe nelle ore nelle quali l'ha annunciata al mondo, la maniera con la quale ha giocato il caso, lo straordinario disprezzo mostrato comunque verso gli otto paesi, la Croce Rossa e l'intera comunità internazionale e il trattare (a tutt'oggi) il bambino Emmanuel come una sua disponibilità personale, impedendo finora qualunque controllo o contranalisi del DNA, testimoniano l'irrisolvibilità del caso colombiano finché permarrà al potere il partito della guerra. Uribe ha fatto di tutto per boicottare la liberazione dei tre perché solo la logica della "guerra al terrorismo" può mantenere al potere l'ultimo rappresentante nel continente del neoliberismo più ortodosso, modellato oggi sulla guerra al terrorismo voluta da George Bush e del quale la Colombia dei 4 milioni di profughi (più che in ogni altro paese al mondo, dall'Iraq, all'Afghanistan alla Somalia) è il più drammatico dei fallimenti, o successi, se l'obbiettivo è invece la guerra permanente teorizzata dai neoconservatori. Purtroppo in molti modi Uribe e le FARC sono due facce della stessa medaglia e tengono in ostaggio Clara, Ingrid, gli altri 42 ostaggi canjeables, scambiabili, 47 milioni di colombiani e tutto il continente che nell'ultimo decennio ha deciso di voltare pagina. Come Bush e Ahmadinejad sono due facce dello stesso fondamentalismo, anche Uribe e Marulanda (il capo delle FARC) non sanno e non vogliono parlare altro linguaggio che quello della guerra, perché senza guerra non esisterebbero, non esisterebbe il potere del narcotraffico, non esisterebbero le enormi rendite da genocidio che convogliano sulla Colombia miliardi di dollari in aiuti militari all'anno. Le FARC possono recuperare un minimo di credibilità in un solo modo: liberando immediatamente Clara Rojas e Consuelo González de Perdomo. Allo stesso modo il piccolo Emmanuel deve essere restituito oggi stesso da Uribe ai familiari, nella speranza che possa riunirsi presto con la madre. Allontanare, svincolare le liberazioni dalla missione internazionale è una scelta grave che indica che tanto le FARC come il partito paramilitare di Uribe vuole che la Colombia lavi i panni sporchi in famiglia. Con più sangue. E di fronte alla prospettiva di una comunità internazionale che si attiva e che parte da Caracas per estendersi da Buenos Aires a Berna, da Brasilia a Parigi per aprire una prospettiva di dialogo e di pace, questa non poteva non essere fatta abortire, con ogni mezzo, sulla pelle di Clara Rojas, Pablo Emilio Moncayo, Ingrid Betancourt il piccolo Emmanuel e tutti gli altri sequestrati.

Fonte: Gennaro Carotenuto

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